Gerry Adams: A Fair Weather Friend?

Gerry Adams:  A Fair Weather Friend?

A friend of mine was in prison in France one time. It was admittedly a rather long time. Years later when I bumped into him I asked what it was like. To be in prison? In France?


‘Was there’ I asked ‘any difference between being in prison in France and being in prison in Ireland?’

As you may deduce from the question he had a comprehensive and varied penal CV.

He paused for a long pregnant and silent period of cogitation before eventually replying.

‘Nobody talked about the weather’.

There you have it. In a sentence. The difference between the French and the Irish. Or indeed between the Irish and everyone else. We are obsessed by the weather. We are also weather pessimists. We anticipate the worst.

Many times on a fine sunny day I have remarked to whoever I was with ‘Isn’t it a great day’.

‘Aye’ would come the reply ‘but it’s not gonna last’.

Or

‘There’s rain due later.’

Or

‘The forecast is for bad weather’.

RG is the worst. Especially during last week’s snownami. We were in Dublin. But even before we got there he started. We were leaving Dundalk.

‘We should get home again for Thursday’. I said to him.

‘We’ll be back before that’ he replied, ‘The Beast from the East is due. Gonna be baddest snow storm since 1982’.

‘Beast from the East? I queried.

‘Yup’ he scowled ‘and Storm Emma is due as well so I’m not hanging about. First sign of a blizzard I’m heading North again. I got caught in a blizzard once. Once is once too many times.’

I said nothing. We drove on. I returned to reading my notes.

RG broke the silence.

‘The wind is picking up’ he said.

I ignored him.

‘Very dark clouds over the Airport’ he muttered.

Minutes later I looked up absentmindedly from my work and peered at the windscreen.

‘It’s very dark but at least its dry’ I observed positively.

‘That’s cos we’re in the bloody Port Tunnel’ he hissed.

‘Ha ha’ I chortled ‘so we are. I’m a Silly Billy’.

‘You’ll be laughing on the other side of your face if we get stranded on the side of the road’.

‘It’s Motorway the whole way up and down’ I responded. ‘Safe as can be’.

Truth to tell I was hurt by his aggressiveness, by his lack of comradeship. We exited the Tunnel and the skies opened.

‘Snowmagaddon’ RG swore under his breath!

‘The sooner we head for home the better. I don’t want stranded in Dublin’.

‘But we are here for four days anyway’. I reminded him.

‘Not if it snows!’ RG countered. ‘I’m not chancing driving through a blizzard. I’ve already told you that’.

I felt like Scott of the Antarctic.

‘The Liffey is very high’ RG exclaimed.

So it was but I wasn’t going to admit that. Not with him in the mood he was in. By the time we got to Teach Laighean the media was one long weather forecast dominated by Government ministers led by An Taoiseach. When we got to the Dáil the carpark was shrouded in snow. The wind was bitter cold. It would cut you in two.

When we got into the office RG was relieved to hear the Dáil would probably be shut down. I tried to stop him building up his hopes.

‘Remember we had rumours every week in Long Kesh about the place closing down’.

‘This isn’t the Kesh’ he reminded me. ‘our aim has to be to get up the road ahead of the storm’.

‘We shouldn’t have swapped the blue skies of Ulster for the grey skies of ………’ I chided him.

The next day we were on our way back home. Unlike rumours in the Kesh the Leinster House ones came to be true. Mostly because the inmates voted for closure. At least till the storms passed.

As we sped North of Dundalk I remarked that I couldn’t see the Cooleys.

‘That’s cos it’s snowing.’ RG asserted.

‘But I can see Sliabh Gullion’ I mused.

‘That’s cos it’s gonna snow!’ He retorted.

And so it did. He dropped me home and sped off into the night. Without a word of farewell. Not a ‘slán’ or an ‘oiche mhaith’.

‘Mush’ I shouted after his tail lights.

Hopefully our next journey will be less eventful. The calm after the storm. If he is in better form

I might have a wee word with RG about the way he treats me. Since I stood down as Uachtarán he is less tolerant of me. It’s like he is getting his own back. For the life of me I don’t know why. Yup I think I will have a wee yarn with him. For his own sake. At least it will give us something to talk about. When we’re not talking about the weather.


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Intervista di Fermin Munarriz

Gara Fu militante clandestino del nord (militò in Iparreterrak (IK), organizzazione armata del Paese basco nord,  nata nel 1972). Venne arrestato ed incarcerato, scappò e venne nuovamente arrestato. Passò 17 anni nelle carceri francesi dove ancora ci sono 150 donne e uomini baschi. Per tre anni rimase in totale isolamento. Si dibatteva come un leone in gabbia ed arrivò a fare flessioni alle tre del mattino per combattere il freddo nella cella. Sentì odio però non si lasciò vincere. Ne piegare. Uscì e continuò a lavorare per la dignità di tutte le persone incarcerate. Oggi lavora in Emaus. E per il suo paese. Mantiene la sua coscienza “abertzale” intatta, Trasmette energia e determinazione. Sa che vincerà.

Il suo libro autobiografico si titola “la nuque raide” (La nuca eretta) perché un direttore di un carcere disse che lei non ha mai piegato la testa. Che cosa fa un prigioniero per non piegarsi?

E’difficile dirlo… Il carcere è disegnato per spezzare il prigioniero, però con alcuni non riescono. Nella mia casa ho appreso fin da piccolo che cos’è la dignità e, entrato in carcere, come militante sapevo perché ero là e che l’obiettivo della prigione era romperti. Per questo fui subito cosciente che anche là dovevo continuare ad essere io padrone della mia vita e non i carcerieri. Questa è la ragione per la quale ho resistito 17 anni senza piegarmi.

Come nacque la sua coscienza di sinistra e “abertzale”?

Da bambino appresi l’euskara a casa, però lo persi poco a poco nella scuola francese. A 15 anni i miei genitori mi dissero che dovevo recuperarlo e partecipai a dei corsi. Scoprì che l’euskara era qualcosa di incantevole. Ed in quel momento in Iparralde era abbastanza trascurato e molta gente lo disprezzava. La presa d’atto di quella situazione fu, forse, l’origine della mia coscienza nazionale.

D’altro canto, ha 17 anni entrai a lavorare in una fabbrica. Lì vidi che non ero rispettato come lavoratore e rapidamente nacque in me la coscienza di classe. Per questo, fin da giovane ho avuto una coscienza “abertzale” e di sinistra.

Perché decise di aderire e militare in Iparreterrak?

Con quanto ho spiegato prima il cammino era facile. IK esisteva e si presentava come una organizzazione che lottava per la liberazione nazionale e sociale. Per tanto, per me, entrarvi a far parte era un percorso naturale. Analizzavo le azioni di IK e pensavo che i suoi militanti avevano ragione. A Parigi non ascoltano ciò che i baschi di Iparrralde diciamo in modo legale per le strade, nelle manifestazioni…Non ascoltano niente: per tanto, è necessario rafforzare la nostra voce mediante piccole azioni affinché a Parigi ci ascoltino. Però una cosa è pensarlo ed un’altra è chiedersi “cosa faccio io”. E cos’ì entrai in IK, come giovane abertzale cosciente che desiderava contribuire con il proprio sforzo alla lotta.

Suppongo che questa è una decisione difficile: la lotta armata può significare il carcere, la morte….Lei ha conosciuto i lati più amari: diversi suoi compagni sono morti – Diddier Lafitte, incluso, al suo fianco (Diddier Lafitte venne ucciso l’1 marzo 1984 a Bayona da un poliziotto francese in una operazione nella quale venne arrestato Gabi Muesca )– e ha anche trascorso 17 anni in carcere..

Passa poco tempo è si è coscienti della gravità di una decisione come questa. Questo lo sappiamo e come “abertzales” siamo coscienti che il nostro obiettivo è vincere. Un giorno vinceremo però sappiamo che la lotta è lunga e che prima di allora si può incontrare la morte o il carcere. Tenendo in considerazione che diversi miei compagni sono morti e sono stati feriti gravemente, io poteri considerarmi fortunato di vere conosciuto solo la prigione: e dico fortuna perché, come persona e militante, ho appreso molte cose in carcere.

IK dimostrò che il conflitto basco non era una cosa solo di Hego Euskal Herria (nello stato spagnolo)?

Dimostrammo che una parte del popolo basco esiste nel nord, che Euskal Herria non sono solo le comunità del sud, ma anche del nord, che non esiste Euskal Herria senza Iparralde.

Perdura in Ipar Euskal Herria il patrimonio politico di IK?

E’difficile dire che grazie a noi è avvenuta la tal cosa..Ciò che esiste oggi è il lavoro di tutti. Non mi piace dare più importanza ai militanti di IK che, per esempio, ai professori di SEASKA (movimento per l’alfabetizzazione in euskara in Iparralde)..Tutti gli abertzale hanno la stessa importanza; e sappiamo che unendo tutte queste forze possiamo vincere.

Come euskaldunes (basco, colui che parla euskara) e come abertzales abbiamo conseguito insegnare al mondo che siamo baschi e che vogliamo essere solo baschi. Prima di IK molta gente diceva che quelli di Iparralde erano baschi però francesi. Non possiamo lasciare il nostro futuro in mano dei politici di Parigi o Madrid perché sappiamo che vogliono che il nostro popolo scompaia.

Come vede le relazioni tra gli abertzales del nord e del sud?

Stanno sempre più migliorando perché in questi ultimi venti anni si sono creati legami non solo nell’ambito politico, ma anche in quello culturale, in quello commerciale…che fanno si che ci conosciamo meglio. Per molto tempo, per la gente di qui, quelli dell’altro lato erano spagnoli, però poco a poco abbiamo dimostrato che siamo uguali: baschi. Per secoli siamo stati separati, però c’è qualcosa che ci unisce al di là di tutto: la nostra lingua e la nostra cultura. E’ caduto un tabù perché ci siamo conosciuti mutuamente. E penso che la nostra lotta deve rafforzare questi vincoli a tutti i livelli: tra i bambini, tra gli sportivi, tra i lavoratori….

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  1. test1
    test1 18 March, 2018, 21:24

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