Dopo Bruxelles. L’Europa sigillata

Dopo Bruxelles. L’Europa sigillata

La parola chiave successiva alla strage jihadista che ha colpito Bruxelles, causando 31 morti e 230 feriti, è: «sigillare». Nell’immediato, il teatro degli attentati, nella speranza di catturarne gli autori eventualmente sopravissuti. Più in generale e successivamente, le periferie europee, dove i seguaci dello Stato islamico dimostrano di avere reti protettive, retroterra logistici e aree di consenso. Come si fa con i virus, si vorrebbe isolare la società sana dal contagio mortale. Il male assedia le porte della città. Anzi della civiltà. I portatori sani di questo virus sarebbero i profughi, il cui esodo biblico traghetta in Europa anche i fanatici combattenti e i foreign fighter di ritorno.

Si vogliono sigillare anche le frontiere e così confinare il problema, dietro lauto compenso, in quella Turchia che aspira a entrare più velocemente nell’Unione europea, però senza rinunciare a massacrare le popolazioni kurde, a imprigionare giornalisti e oppositori, a trafficare armi e petrolio con l’Isis, a espandersi territorialmente, partecipando alla futura spartizione della Siria. Spartizione alla quale, ovviamente, aspira e concorre anche, e più di tutti, lo Stato islamico, laddove gli attentati di Bruxelles costituiscono un atto di posizionamento in questa nuova fase di stallo internazionale, altro che vendetta per l’arresto di Salah Abdeslam, come ipotizza qualche analista della domenica.

Sigillare, chiudere fuori i barbari. Questo è il messaggio, l’immagine e la suggestione che molti commentatori propalano dai megafoni mainstream e che i governanti europei traducono in muraglie di filo spinato e in vergognosi accordi con Erdogan.

 Il bestiario politico

«Non è tempo di sciacalli, ma nemmeno di colombe», ha detto a caldo il premier Matteo Renzi, aggiungendo considerazioni bislacche su analogie con i nostrani brigatisti e persino con la mafia.

Dunque, continua il tempo dei falchi, ovvero di quanti hanno già condotto l’Europa e il mondo intero nel vicolo cieco della spirale guerra-terrorismo-guerra.

Continua il tempo del business delle armi da vendere all’amico saudita. Continua il tempo dei bombardamenti, dei raid aerei, dei droni e dei missili “intelligenti”, che fanno strage di civili e devastano persino ospedali. USA, Sauditi e turchi, che hanno creato il mostro, allevando in laboratorio lo Stato Islamico, spesso e volentieri, infatti, sparano sulla croce rossa, vale a dire sui Medici Senza Frontiere e su quelli di Emergency. Senza che alcuna istituzione protesti e chieda conto, e senza che lady Pesc versi qualche telegenica e tempestiva lacrima.

Continua il tempo del divide et impera: lo smembramento degli Stati, a partire da quelli della ex Jugoslavia per arrivare alla Libia, passando per Afghanistan, Iraq, Siria. Premessa del caos e promessa di terrorismo diffuso e moltiplicato.

Dopo il crollo del Muro – che se non altro aveva garantito equilibrio geopolitico per decenni – si sono voluti erigere i mille muri della diseguaglianza e della discriminazione, decidendo a tavolino di frantumare, di colpo e per cinici e affaristici motivi, le faticose convivenze multietniche costruite in decenni, se non in secoli, di smussamento di odii, rancori, rivendicazioni e differenze.

 Il lucroso mestiere delle armi

Nelle analisi del giorno dopo (dopo Parigi e dopo Bruxelles, ché sono queste le uniche stragi che colpiscono e indignano le pubbliche opinioni occidentali), non c’è commentatore o leader politico che abbia avuto la lucidità, il buon senso e il coraggio di additare l’origine del problema: la guerra, il sistema della guerra, le multinazionali del commercio bellico, il warfare che ha sostituito la governance politica a livello mondiale.

In quelle analisi, la complessità (le tante e intrecciate radici dell’attuale fenomeno terrorista: storiche, sociali, economiche, identitarie, religiose, culturali) non viene né indagata né tanto meno compresa, banalizzandola in considerazioni di prevalente carattere morale o arbitrariamente generalizzante (il terrorismo è il male, l’Islam e i suoi seguaci sono il nemico mortale e irriducibile dell’occidente).

Viceversa, una questione evidente, incontrovertibile e semplice, come appunto la dinamica a spirale innescata dalla strategia occidentale, voluta e varata da George W. Bush con la complicità dell’Europa, della “guerra infinita” e dell’ingerenza “umanitaria” viene occultata, sepolta dietro la cortina fumogena dello scontro di civiltà e dell’“orianafallicismo”.

Siamo in guerra, si dice ora. Come non lo fossimo sempre stati: nel secolo scorso per ragioni di colonie e nell’attuale lo stesso, per spartirsi risorse e territori, profittando della fine dell’ordine di Yalta. Spartitorio anch’esso, certamente, ma capace di garantire la pace, o perlomeno una guerra fredda, al massimo tiepida e poco cruenta.

Se quello aveva edificato una Cortina di ferro, forgiata da una parte con la privazione della libertà, il nuovo ordine mondiale ha costruito e moltiplicato altri invalicabili muri con mattoni impastati di sangue e coinvolto il mondo intero in uno stato di belligeranza crescente e permanente.

Seminatori e profittatori di guerra

Siamo in guerra, come se non ci fossero conflitti in corso – in alcuni casi da decenni – in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Repubblica Centro Africana, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Mali, Somalia…; per non dire della guerra appena sopita in Ucraina o di quella eterna in Palestina. Come se l’Italia stessa non avesse missioni militari in atto – anche qui, alcune da molti anni – in Afghanistan, Kosovo, Libano, Mali, Somalia, Iraq e Libia, dove anzi si preme per arrivare a una guerra piena e vera, con gli “scarponi sul terreno” e i generali nostrani finalmente al comando.

Siamo in guerra, sì. Da molto tempo, avendo dovuto dolorosamente imparare solo di recente che la guerra, prima o poi, porta vittime anche nel proprio campo. Vittime che, purtroppo, sono sempre civili, a differenza di chi ha creato le condizioni perché vittime vi fossero, da una parte e dall’altra. Apprendisti stregoni e profittatori di guerra. L’abito del falco maschera in realtà l’essenza dello sciacallo.

Che tutto ciò non fosse inevitabile l’ha ben mostrato l’accordo con l’Iran, in poco tempo trasformato dall’occidente, e dagli USA in primis, da “Impero del male” ad alleato potenziale, nonostante la dura opposizione e il rischio di rottura con l’alleato storico, Israele. Lo stesso mostra il dialogo in corso tra Stati Uniti e Cuba, considerata e trattata da mezzo secolo come acerrimo nemico da accerchiare e affamare.

Che alla guerra si possa sempre porre fine, se ve ne è la volontà politica, lo sta mostrando in questi mesi la Colombia; laddove i “terroristi” delle FARC e il tavolo di pace tra la guerriglia e i rappresentanti del governo in corso a l’Avana, hanno ricevuto due giorni fa un riconoscimento ufficiale con la visita del segretario di Stato USA John Kerry, nella più totale distrazione e silenzio della grande stampa.

Le radici dell’odio

«Per evitare la trappola del reclutamento jihadista in Europa bisognava intervenire dieci o quindici anni fa», ha detto Tahar Ben Jelloun, commentando la tragedia di Bruxelles; secondo lo scrittore, ciò che rivelano le banlieue parigine o quartieri come Molenbeek è un prodotto anche dell’apartheid sociale, dove inevitabilmente «criminalità, estremismo e odio religioso mettono radici».

La guerra, tuttavia, è una scelta sempre reversibile e anche il fanatismo può essere disinnescato; recidere quelle radici è relativamente semplice, le politiche sociali e di integrazione sono peraltro infinitamente meno costose di quelle militari.

A patto che la parola e le decisioni spettino e tornino alla politica, essendo invece da troppo tempo espropriate dalle grandi corporation finanziarie, belliche ed energetiche.

Parafrasando Karl Von Clausewitz, la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. E con diversi obiettivi.

È solo dicendo basta alla guerra, al suo sistema e al suo indotto, che si risolve la tragedia del terrorismo e anche, in buona parte, quella delle migrazioni. Solo dicendo basta alla guerra l’Europa potrà evitare la disgregazione e la degenerazione autoritaria e tecnocratica che sta subendo.



Related Articles

NUOVO CAMPO BASE DOPO LA BRECCIA APERTA DALLA SINISTRA INDIPENDENSTISTA – Ramon Sola

Gara. Anche se non toglie nulla al suo impatto, la decisione data a conoscere l’altro ieri da ETA si può

ALFONSO SASTRE. LA PACE E’ UN IDEA SOVVERSIVA

Intervista di Fermin Munarriz

Gara. Dicono che è il più grande drammaturgo spagnolo degli ultimi decenni. Ed anche basco. Perché ha deciso di esserlo. E di vivere in un paese che ama e ammira. La sua estesa opera è stata un impulso permanente contro la censura; la sua vita, un impegno con la libertà; il suo pensiero, una esplorazione costante della essenza umana. Dalla torre di guardia intellettuale o dall’asfalto della strada, è sempre stato – ed è – per chi lo necessita. Non ha risparmiato generosità. Ne lucidità. Per questo non lotta contro i mulini; lotta contro i giganti.

Signor Sastre: tragedia, commedia…In che funzione sta in questo momento l’ordine mondiale?

Non è facile spiegare la realtà con questi concetti…Già nel Rinascimento vennero smontati questi feticci e nacque la tragicommedia, che è una visione più complessa della realtà. La tragicommedia iniziò a dare grandi frutti: la tragedia grottesca, l’esperpento. (stile letterario basato sulla deformazione grottesca della realtà). E’ qui dove si trova il genere che possa riflettere la realtà attuale: una tragicommedia o un esperpento o una tragedia che fa ridere..Per me è una tragedia complessa. Siamo in un momento nel quale possiamo ridere però non piangere. Non è un momento per ridere ne un momento per piangere, ma di ridere per non piangere.

E nel caso di Euskal Herria?

Euskal Herria non è un caso speciale. In altri temi ha una caratteristica differente rispetto a quanto avviene in altri luoghi, però per quanto riguarda  se è da ridere o da piangere, si può dire che una situazione nella quale si ride per non piangere, però che ci sono molte ragioni per piangere.

Viviamo, forse, una sorta di penitenza per la non rottura democratica con il franchismo?

In Euskal Herria si verificò una forte resistenza alla Riforma, che anche la sinistra spagnola preconizzava. Arrivò un momento nel quale le idee della necessita di una rottura democratica scomparvero dai territori di Spagna e si rifugiarono in Euskal Herria; è qui dove cristallizzarono le idee del fatto che non si andrà da nessuna parte che meritasse la pena se non si verificava una nuova situazione in termini di rottura. Queste idee cristallizzarono qui e sono l’origine di ciò che poi fu la sinistra indipendentista. Questa fu una delle ragioni – a parte molte altre – del fatto che noi decidemmo venire qui. Vedemmo che le nostre idee più o meno erano socialmente ammesse in questo paese e no in Spagna.

In questo contesto, qual è la responsabilità morale dell’intellettuale nella società?

E’ la stessa di sempre: essere fedele alla sua vocazione intellettuale. E’una vocazione per la verità, per l’esplorazione della verità e per la difesa della giustizia. Sembra che alcuni intellettuali assumano questa responsabilità  ed altri la appartino un po’ e si limitano formalmente a lavorare a favore dell’intelligenza in termini di disimpegno totale da un punto di vista politico.

Crede che gli intellettuali baschi sono all’altezza della situazione?

Io ho un problema per poter rispondere a questa domanda al non essere capace di leggere ciò che scrivono gli intellettuali baschi in euskera. Qualsiasi opinione esprimessi sarebbe superficiale e sicuramente ingiusta. Però nel teatro, dove si vedo quanto si fa, più o meno, o quanto si pretende fare, credo che le genti del teatro basco non sono all’altezza delle circostanze nelle quali si vive in questo paese. Io ho cercato in alcune occasioni di far interessare ai miei colleghi nell’ esempio – non per seguirlo ma forse per ispirarsi ad esso – di ciò che fu il teatro irlandese nelle prime decadi del secolo XX. In alcune circostanze analoghe – con distinguo – nacque un teatro magnifico, di grande livello in Europa.

Il teatro in castigliano si manifesta abbastanza al margine delle questioni più patenti e latenti di questa società. E’ un teatro che guarda da un’altra parte e non per la realtà; forse per paura a guardare la realtà. La realtà a volte mette paura, anche questo è vero.

Gli intellettuali spagnoli e francesi sono all’altezza delle circostanze rispetto al caso basco?

No, sono all’altezza della loro ignoranza su questa situazione. Io credo che sono ignoranti. Lo vedo con gli spagnoli che conosco, sono più o meno alla pari –diciamo, in tutto, meno su questo tema. Quando si tratta il tema basco lo ignorano e, inoltre, sembra che rifiutino d comprenderlo…

A cosa si deve questo atteggiamento?

Al patriottismo, allo sciovinismo da grande potenza…Lenin già parlava del patriottismo sciovinista; faceva una critica a ciò che si chiamava sciovinismo da grande potenza. E Spagna e Francia sono grandi potenze in relazione a Euskal Herria. Lo sciovinismo è una filosofia comune che impedisce assolutamente vedere ciò che accade qui. E’ molto difficoltoso. Mi dicono amici che vivono a Madrid, per esempio, quanto difficile sia fare comprendere alcune cose che si comprendono vivendo qui. E si deve al patriottismo spagnolo completamente accecante.

Maialen fa storia: una donna vince il campionato dei bertsolari

Otto ore con gli occhi incollati al palco per ascoltare gli otto finalisti del campionato dei bertsolari, ovvero i cantastorie

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment