RAPPRESAGLIA

L’Audiencia Nacional ha condannato a 10 anni di carcere Aranaldo Otegi e Rafa Diez con l’accusa di voler “rifondare Batasuna sotto la direzione di ETA”. Sonia Jacinto, Miren Zabaleta Arkaitz Rodriguez a 8 anni. Inoltre sia Otegi che Diez vengono interdetti per altri 10 anni dal candidarsi alle elezioni o occupare incarichi istituzionali.

La magistrata Angela Murrillo ben rappresenta il tribunale speciale spagnolo dell’ Audiencia Nacional, la sua filosofia emergenziale, la sua continuità con il Tribunal de Orden franquista. La magistrata mostrò la sua professionalità con una arroganza fuori dal comune sia  nel processo 18/98 contro associazioni e movimenti politici baschi, che in uno dei tanti processi contro Arnaldo Otegi quando la sentenza di condanna venne revocata per “mancata imparzialità” della giudice nei confronti dell’ imputato. La donna Murillo che riuscì a zittire sarcasticamente la imputata del 18/98, Nekane Txapartegi, che denunciava di essere stata torturata e violentata durante l’interrogatorio.

Nel processo contro i dirigenti della sinistra indipendentista  di cui oggi si è conosciuta la sentenza, la Murillo che  ha presieduto il dibattimento processuale si è LIMITATA, vista la messa in scena che il tribunale ha istituito con la presenza del giudice Bermudez, a controllare, “il corretto svolgimento dell’ iter processuale”. Come è possibile che un tribunale che minimamente voglia rispettare le regole di imparzialità e la presunta funzione super partes decida di nominare lo stesso giudice che con lo stesso imputato si era visto revocare la sentenza di condanna in un precedente processo per “mancanza di imparzialità”?

Lo avevano detto un paio di mesi fa alte cariche del Tribunale speciale spagnolo che con la fine di ETA il tribunale dovrà “adeguarsi a nuovi compiti”.  Eppure è palese la volontà di mantenere inalterata la situazione. Di non voler contribuire ad un nuovo scenario. Per mantenere questo stato di cose esiste una architettura legislativa costruita in questi anni che permette di inventare  scenari, lanciare minacce, processare presunte intenzioni.

Per coincidenza,  proprio ieri la Procura generale dello Stato, il cui procuratore generale è di nomina politica, ha diffuso il resoconto sull’attività dell’anno scorso in cui sostiene che ETA “continua a disporre di commandos in territorio spagnolo e francese che possono attivarsi in qualsiasi momento se la sua strategia non sortisce gli effetti desiderati”. Nonostante ETA non sia attiva da più di due annui. Nonostante abbia accettato di fatto e nei comunicati la svolta della sinistra indipendentista basca per “uno scenario democratico senza ingerenze ne violenze”.

Governo e apparati dello stato spagnoli non vogliono vedere, non vogliono constatare. Lo ricordavano esponenti della sinistra indipendentista che Madrid dovrebbe verificare che il cessate il fuoco “permanente, generale e verificabile” di ETA è tale, che un nuovo scenario di dialogo e soluzione al conflitto necessita del contributo anche del Governo spagnolo. Invece la paura di trovarsi senza argomentazioni nell’affrontare un nodo politico della questione basca porta a comportarsi come se nulla fosse accaduto, a mantenere inalterate le misure coercitive, le minacce, a rimanere comodi nella cultura antiterrorista che è stata in questo decennio lo strumento principale per conseguire il consenso elettorale.  Tutto è lecito quindi. Come la richiesta di giudizio, avanzata dalla Procura generale, nei confronti del sindaco del paesino di Leitza dove durante la festa patronale è stato esposto uno striscione che richiede il “rimpatrio dei prigionieri politici baschi”. O come le minacce del Ministro della Giustizia spagnolo contro la giunta di un altro municipio, quello di Alsasua, per aver autorizzato una pantomima sul Re Juan Carlos. Perché non vi siano dubbi in proposito il dimissionario Procuratore Generale, Conde Pumpido, ha detto che Sortu, il partito nato dalla sinistra indipendentista che nel suo statuto “rifiuta la violenza compresa quella di ETA” non dovrà essere legalizzato “fino a quando esisterà ETA”.

La sentenza di oggi quindi rientra, purtroppo, perfettamente nello schema della rappresaglia.  Che guida ancora la politica spagnola nei confronti della questione basca. Oggi sono stati condannati e condannate uomini e donne che hanno promosso una svolta nella sinistra indipendentista, abbandonando l’idea che con la violenza armata si possa conseguire il contesto di reale democrazia in cui tutte le opzioni presenti nel Paese basco possano confrontarsi su un piano di parità di diritti e dove il progetto per l’indipendenza ed un società progressista, basata sulla giustizia sociale e la solidarietà internazionale, possa essere realizzato se cosi lo vorrà la maggioranza della popolazione.  Le elezioni del maggio scorso hanno testimoniato che questo settore sociale ha un peso determinante nella società basca. 114 municipi e la provincia di San Sebastian hanno un governo di sinistra e che rivendica la sovranità basca. Di questo hanno paura a Madrid. Che con “il voto e la parola” la questione basco spagnola possa trovare una soluzione. Per questo i prigionieri politici di opinione Arnaldo Otegi, Rafa Diez, Sonia Jacinto, Arkaitz Rodriguez e Miren Zabaleta sono stati condannati e condannate dalla  giustizia spagnola.


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I fratelli minori – il nuovo libro di Enrico Palandri

E’ uscito in questi giorni per Bompiani “I fratelli minori”, il nuovo romanzo di Enrico Palandri. Veneziano, Palandri ha lasciato l’Italia nel 1980 e dopo il successo di Boccalone (romanzo di una generazione, quella del ’77 ma anche di quella successiva e un po’ precursore come sostiene qualcuno del concetto di moltitudine negriana). Nei suoi libri come nella sua biografia personale si incrociano ricerca e un lavoro intenso sul sé, sulle relazioni fra persone, sull’andare e venire, sullo stare abbastanza bene ovunque ma mai benissimo in alcun posto. I fratelli minori è un po’ la conclusione di questo percorso di ricerca. Una fine dove trionfano le persone, e soprattutto le persone implicate le une nelle altre. La storia è su due livelli temporali, gli anni ’70 e gli anni 2000. I due fratelli Martha e Julian (un po’ inglesi e un po’ italiani) figli di un famoso cantante d’opera veneziano, scelgono l’una di cambiare identità per evitare il peso del padre (anche Martha vuole cantare opera) e l’altro – il fratello minore – cercherà tutta la vita di ‘evitare’ gli altri. Il ’77 e l’Italia degli anni di piombo entrano nel personaggio di Giovanni (fidanzato di Martha). Ma è il ragionare sull’identità, sull’esilio, sugli altri il cuore del libro. Perché sono le questioni con cui si dibatte Palandri da anni. “Ho iniziato questo libro – dice lo scrittore – diversi anni fa. Mi sono accorto che avevo scritto più o meno con la stessa voce, rivolgendomi a un nucleo di temi abbastanza simili tra di loro fin da un altro mio libro, “Le pietre e il sale. Voglio che il romanzo sia autonomo, – aggiunge – però per me è un po’ la conclusione di un percorso cominciato per me quando sono andato in Inghilterra nel 1980”.

Andare in un luogo diverso ha permesso anche di continuare a ragionare su quanto accaduto nel tuo passato, negli anni ’70.

Sì. I miei sono libri che hanno a che fare con lo spatrio, il fallimento degli anni ’70, il superamento di questo fallimento. Ma non come il superamento proposto in Italia, cioè sostanzialmente con la figura del pentimento e del ravvedimento. Io non mi sono né pentito né ravveduto, io mi sono continuato. Credo che il pentimento sia una brutta figura perché tende a nascondere il percorso che hai fatto, tenta di rinascere non sulla storia ma su un altro piano. E di questo non mi fido. Non che l’altro piano non esista, la metafisica è sempre qualcosa che accompagna ed è parallela. Ma non credo che si possa uscire dalla storia per andare nella metafisica. Per questo il pentimento come pura morale che si oppone a ciò che hanno prodotto le circostanze, le classi sociali, i conflitti, non mi interessa. Purtroppo questa è stata la figura con cui si sono chiusi gli anni ’70. Io penso che noi siamo stati sostanzialmente la prima generazione che usciva da Yalta, non solo in Italia, in Inghilterra e siamo stati bloccati dal compromesso storico, cioè dai custodi di Yalta, il partito comunista e la Democrazia cristiana che erano i custodi dell’accordo siglato nel secondo dopoguerra. Sia da destra che da sinistra hanno visto nei movimenti qualcosa di inaccettabile perché andava da un’altra parte, anche se era la stessa cosa che accadeva in Inghilterra, in Francia, in America. Ma qui è stato tutto legato alla storia del terrorismo che invece era un fatto minore, legato molto alla storia del comunismo e non dei movimenti, in cui si poteva passare dai movimenti ma per disperazione, per sfiducia nella società, nella possibilità di cambiare, di essere nella società. Nel terrorismo c’era proprio quell’atto disperato che ho cercato, nel libro, di rendere nel personaggio di Giovanni. Non voglio dire nulla in generale sul terrorismo, ma ho cercato di avvicinarmi alle motivazioni del fallimento personale, di esposizione alla differenza sociale che è un tema che ricorre un po’ in tutto in libro. Mi è interessato molto analizzare come i personaggi che ho costruito sentono la propria condizione sociale e quella degli altri e come questi cambiamenti di status hanno un effetto profondo nella vita sentimentale, quando pensano di innamorarsi, nei revanscismi, in quello che si trascinano. C’è come una storia sociale privata che è una specie di biografia del singolo.

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