“GAZTA” LIBERO DOPO 31 ANNI

Era il 1980 e lui aveva 22 anni quando venne arrestato dalla Guardia Civil assieme ad altre otto persone. Oggi, 30 anni e 10 mesi dopo, il basco Josè Mari Sagardui “Gazta”, riacquista la libertà, lasciando il carcere di Jaen dove era rinchiuso e “perdendo” il triste primato di essere il più vecchio prigioniero politico d’Europa. “Gazta” in questi decenni di detenzione è passato per le carceri di Carabanchel, Soria, Puerto I, Herrera de la Mancha, Alcalá Meco, Carabanchel Ospedale Herrera –di nuovo-, Sevilla II, Mallorca, Sevilla I, Granada, Carabanchel Ospedale Pewnitenziario, Sevilla II, Puerto II, Jaén II, Langraiz –nell’unica permanenza in Euskal Herria- e, di nuovo, Jaén. L’associazione dei famigliari dei prigionieri politici baschi “Etxerat, ha invitato a “rendere un caloroso benvenuto” al militante basco quando farà rientro nella sua Zornotza,  cittadina della provincia di Bilbao.  Immediata la risposta del Governo autonomo basco ed in particolare del Dipartimento degli Interni guidato dal socialista Rodolfo Ares, che ha emesso una ordinanza nella quale si proibisce questa iniziativa e un manifestazione prevista per sabato contro le normative penali “antiterrorismo” che convertono le condanne in una sorta di ergastolo. Ambedue la manifestazioni era state indette da abitanti di Zornotza. Etxerat, poche ore prima del comunicato del Governo autonomo aveva detto che “se qualcuno decide di utilizzare la violenza e manganellare la gente affinché non manifesti la propria solidarietà, sarà una loro responsabilità (Governo autonomo), perché loro si utilizzano la violenza politica. Non fermeranno la solidarietà


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Nonostante i dibattiti, le affermazioni di principio su pluralismo e democrazia, l’Occidente mantiene una sorta di egocentrismo culturale, una definizione di superiorità rispetto alle altre culture…

Quando sento parlare di Occidente, non so che cosa si voglia dire. Cosa intendiamo? Le famose “radici” greche come dicono alcuni? O le “radici” cristiano-giudaiche, ma quanta ipocrisia in quel trattino, e poi quale Cristianesimo? Ha marcato di più la Controriforma cattolica a sud, o a nord l’Europa protestante? E dove finisce l’Europa a est? E fin dove si espande a ovest? Quasi tutti sono d’accordo nel dire, con Fernand Braudel, che il grande prolungamento a ovest è il continente americano. Ma poi, proseguendo ancora verso Occidente, attraverso l’Oceano Pacifico, arriviamo al Giappone. La terra è rotonda. I nomi valgono per quel che valgono, sono definizioni di comodo, ma non darei loro un valore di essenza. Quando si parla di “radici”, perché non pensare, poniamo, anche alle radici vichinghe, dato che anche i vichinghi hanno avuto la loro storia? E se guardiamo alle tre grandi religioni monoteistiche, l’Islam non è stato talora il nostro “Occidente” (ricordando, per altro, che Maghreb significa appunto occidente)? Pensiamo al grande esperimento di El Andalus, un progetto di coesistenza che certo non era tolleranza in senso stretto, ma ha comunque visto fiorire insieme in modo pacifico tre civiltà: quella islamica, quella cristiana e quella ebraica. Basta andare a Cordoba per ritrovare tracce di questo progetto che poi la Spagna – dalla Riconquista dei re cattolici a Franco – ha fatto di tutto per cancellare. Occupandomi di scienza, vorrei citare una frase del grande fisico Freeman Dyson: “ Non esiste un visione scientifica unica come non esiste un visione poetica unica. La scienza è un mosaico di visioni parziali e conflittuali. In tutte queste visioni c’è però un elemento comune: la ribellione contro le restrizioni imposte dalla cultura localmente dominante Occidentale o Orientale che sia. La visione della scienza non è specificatamente occidentale. Non più occidentale quanto possa essere araba o indiana o giapponese o cinese.” Una cosa simile ha detto Amartya Sen a proposito della democrazia.

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