Il festival di Lecce omaggia il cineasta kurdo Yilmaz Güney

La tomba di Yilmaz Güney a Père Lachaise è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale, appassionata, caldissima di Yilmaz Güney. Che oggi avrebbe 73 anni se un tumore allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. Güney è morto a Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere (con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, quello dove dal 1999 si trova, Abdullah Öcalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso «un kurdo assimilato. Mia madre era kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il villaggio di mia madre, Mu?. Sürü, è la storia di ciò che accadde alla tribù di mia madre». Güney era nato il primo aprile 1937 in un villaggio nei pressi di Adana, Yenice. ?Prima di arrivare a Parigi, nell’autunno del 1981, Güney si era fermato alla frontiera franco-svizzera per finire la post produzione di Yol, il film che l’anno dopo avrebbe trionfato a Cannes, vincendo la Palma d’Oro e regalando a Güney una notorietà che fino a quel momento aveva avuto soltanto in patria. Dove era amato e odiato. Amato dalla sinistra turca e kurda. Güney era un comunista, un internazionalista. Uno che non si tirava indietro quando si trattava di rivendicare le proprie idee. E per questa sua onestà Güney ha pagato un prezzo molto alto. Ha trascorso infatti molti anni in carcere. L’ultimo arresto nel 1974, pochi mesi dopo essere stato rilasciato di prigione grazie ad una amnistia. In quello che è diventato noto come l’incidente di Yumurtalik, Güney sparò a un giudice in un bar. Il magistrato aveva offeso la moglie di Güney, dicendo che “se quello è un comunista sua moglie non può essere che una puttana”. Forse il colpo era partito accidentalmente. Le leggende sull’episodio sono diverse. Sia come sia, Güney finì nuovamente in carcere. Ma la condanna a nove anni divenne una condanna a cento anni, perché in prigione per ogni articolo che scriveva nella rivista da lui fondata, “Güney”, gli veniva aumentata la pena. Così, di fronte alla prospettiva di rimanere tutta la vita rinchiuso decise di evadere. “Sono scappato dal carcere – dirà in una intervista rilasciata poco prima di morire – non dalla Turchia”. Parole che riassumono la tremenda nostalgia di Güney per il suo paese. Per il quale non vede che un’unica via d’uscita: devrim, la rivoluzione. ?La passione per il cinema Güney la coltiva fin da giovanissimo. E per caso, come lui stesso racconta, a quindici anni, durante le vacanze estive (d’inverno lavorava nei campi di cotone) conosce il padre di Melike Demira? (che sarà poi una delle sue attrici) che aveva una sua compagnia di distribuzione cinematografica. Decide di non tornare più al villaggio e di “provare la vita in città” e si ferma a Adana. Lavora come distributore di film e gira tutto il Kurdistan. Di giorno studia, di sera lavora. E scrive, racconti, poesie. Con un gruppo di giovani amici fa uscire Doruk, una rivista di arte. «Leggevo – scrive – leggevo tanto. Avevo diciotto anni ma conoscevo la letteratura inglese, francese, la nuova letteratura americana. E una buona parte dei soldi che guadagnavo li spendevo in libri. A diciotto anni avevo qualcosa come quattrocento libri. Ma mi mancava qualcosa». E quel qualcosa era il mettere a fuoco una consapevolezza, una coscienza che era in lui e stava crescendo. Una coscienza che gli veniva dalla sua vita, dall’essere a contatto con la parte più povera, negletta, repressa della popolazione. Nelle sue letture presto si imbatte in Nazim Hikmet, il grande poeta comunista turco. Ed è l’aprirsi di un mondo, profili che si fanno più distinti. «Riuscii a ottenere ‘Mavi Gözlü Dev’ (il gigante dagli occhi blu) e da quel momento – scrive – cominciai a leggere Nazim Hikmet ai miei amici». Le poesie di Hikmet erano vietate. I comunisti si ritrovavano clandestinamente, in luoghi nascosti. Per Güney rappresentavano un’attrazione incredibile. Scrive un racconto che viene sequestrato dalla polizia e per quel racconto lo arrestano. “Propaganda comunista”, l’accusa. Ha diciotto anni, è il 1955. Nel giovane Güney, che ancora si chiamava Yilmaz Pütün, procedono di pari passo la crescita come artista, intellettuale, scrittore e quella di giovane uomo di sinistra, insofferente ai soprusi, alle vessazioni a cui sono soggetti soprattutto i kurdi. Anche se ancora è solo abbozzata la sua presa di coscienza, per così dire, identitaria. Finito il liceo, Güney continua a lavorare ma in lui si è fatta strada l’idea di poter diventare scrittore. «Ma per scrivere romanzi, non si può restare a Adana. Bisogna andare a Istanbul. Non tanto in verità per scrivere romanzi, quanto per avere le conoscenze che ti faranno andare avanti». A Istanbul Güney studia, lavora e cerca di incontrare gli scrittori che potranno dargli una mano nella sua carriera. Qui di nuovo e in maniera più profonda, entra in contatto con il comunismo. E con Atif Yilmaz del quale diventa assistente per la sceneggiatura. Yilmaz sta girando un film da un racconto dello scrittore kurdo Ya?ar Kemal. Siccome non ci sono abbastanza soldi, è lo stesso Kemal che paga una parte di produzione. E’ in questo momento che Yilmaz Pütün decide di abbandonare il suo cognome. Da adesso in poi si chiamerà Yilmaz Güney.

Dal 1961 al 1963 sta in carcere. Non si demoralizza e si dà anzi un programma da seguire: scrivere il romanzo che diceva di voler scrivere, approfondire, visto che si definiva socialista, il comunismo, e infine pensare al dopo-carcere e quindi prepararsi e studiare per entrare appieno nel mondo del cinema, dell’arte. Il romanzo in carcere lo scrive. E’ Boynu Bükük Öldüler (Sono morti con il capo piegato). «Ho lavorato per sedici mesi – scrive – giorno e notte, nel braccio dei politici nel carcere di Nev?ehir. Di solito sognavo della gente di cui scrivevo. Era come vivere con loro. Uscito dal carcere ho cercato di pubblicare il romanzo, ma senza successo». Nel 1963 comincia a recitare. E a farsi un nome come attore. Interpreta film che non sono specificatamente politici, come sottolinea lui stesso, anche se tutti sono film che raccontano del popolo, delle sue sofferenze. Nel 1966 un amico prova a pubblicare il libro, ma ancora non è il momento. Yilmaz Güney intanto ha una fama come attore. E’ conosciuto e ammirato, lo chiamano ‘Çirkin Kral’ (il re brutto). Il romanzo finalmente esce nel 1971 e un anno dopo vince un importante riconoscimento, il premio Orhan Kemal. Il libro racconta la vita a Çukurova, negli anni ’50. Colpisce, oltre alla poesia della narrativa, la capacità di Güney di raccontare con realismo i protagonisti del libro e la realtà in cui vivono. C’è una sensibilità, una dolcezza e una poesia particolare che rende il romanzo uno dei più apprezzati di quegli anni.

La fama di Yilmaz Güney come attore è al top. Ma il ‘Re Brutto’ comincia ad accarezzare l’idea di scrivere un film da girare lui stesso. Il 12 marzo 1971 c’è il colpo di stato. E’ un golpe detto ‘soft’, anche se sono centinaia gli intellettuali e gli artisti che finiscono in carcere. Questi sono anche gli anni di maggior coinvolgimento politico di Güney.  Il vento delle lotte per i diritti umani, dei cortei di studenti nei campus universitari in Europa e negli Usa soffia anche in Turchia. Le università di Istanbul ed Ankara soprattutto sono in fermento. Tra i leader del movimento studentesco c’è Deniz Gezmi?. A sinistra il movimento operaio è sempre più forte. Nel 1970 i lavoratori dipendenti sindacalizzati raggiungono il 30% e il movimento contadino è molto attivo. Il partito operaio turco fondato dopo il golpe del 1960 riunisce giovani sui vent’anni. Il 4 marzo 1970 rapisce, assieme ad alcuni compagni, quattro soldati americani a Balgat (Ankara). Dopo aver rilasciato gli ostaggi, Deniz viene arrestato assieme a due compagni, dopo un conflitto a fuoco. Il processo si apre il 16 luglio 1971. Deniz Gezmi? viene condannato a morte per aver violato l’articolo 146 del codice penale, cioè ‘per aver cercato di sovvertire l’ordine costituzionale’. Come previsto dalla procedura turca, la sentenza di condanna a morte deve essere approvata dal parlamento e quindi inviata al presidente della repubblica per la ratifica finale. Per due volte, a marzo e ad aprile del 1972, la sentenza viene approvata a larga maggioranza dal parlamento. Il 4 maggio il presidente della repubblica Cevdet Sunay rifiuta ufficialmente la grazia, dopo essersi consultato con il primo ministro, Nihat Erim. Deniz Gezmi?, Hüseyin Inan e Yusuf Aslan vengono impiccati il 6 maggio 1972 nel carcere di Ankara. Il quattro marzo 1971 quattro avieri statunitensi erano stati rapiti nei pressi di Ankara da cinque militanti del Thkp-C (Turkish Halk Kurulus Parti-Cepe, esercito di liberazione del popolo turco). L’8 marzo i quattro avieri vengono rilasciati. Due mesi dopo il golpe invece il Thkp-C rapisce il console israeliano a Istanbul, Ephraim Elrom. I sequestratori richiedono il rilascio di tutti i guerriglieri rivoluzionari detenuti. Il governo turco rifiuta ogni trattativa e compie diverse retate alla ricerca dei sequestratori. L’ostaggio viene ucciso ed il cadavere di Ephraim Elrom viene ritrovato il 23 maggio. Il rapimento e la morte dell’ambasciatore scatenano (oltre all’imbarazzo) l’ira del governo militare che ha appena due mesi di vita. Undici province erano già, da aprile, sotto legge marziale, ma il Thkp-C riusciva comunque a operare con relativa facilità. Nei giorni del sequestro il governo introduce tra l’altro una nuova legge che punisce con la morte non solo i responsabili di rapimenti ma anche chi non rivela informazioni e sospetti su persone che potrebbero essere coinvolte nelle azioni dei guerriglieri.

Tra i responsabili del sequestro Elrom ci sono Mahir Çayan e Ula? Bardakç?. Sono loro che Yilmaz Güney nasconde nella sua casa. La polizia arriva anche a Çirkin Kral, che chiaramente è sotto controllo, segnalato come comunista. Ma in questa occasione, come racconta Ertu?rul Kürkçü, Güney recita la sua parte migliore. Çayan e Bardakç? sono salvi. Anche se per poco. Moriranno infatti nel 1972, il 30 marzo, a Kizildere, dove tengono in ostaggio tre ufficiali inglesi. L’esercito circonderà la casa di campagna sul mar Nero e ucciderà dieci uomini del commando. Moriranno anche i tre ostaggi. Soltanto Kürkçü sopravviverà al massacro.

In carcere Güney non si lascia vincere dallo scoramento. Anzi, uomo e artista convinto delle sue idee, continua a scrivere e a lavorare. «I cambiamenti sociali – scrive – educano gli individui e migliorano la loro coscienza di classe. Ero lontano dalla lotta. Non ho preso parte alla lotta della classe operaia o contadina. Ero lontano dalla realtà della vita. Mi ero quasi perso nello sporco del mondo borghese. Ma è arrivato il golpe del 12 marzo [1971. NdA]. Ha aiutato la mia coscienza. Adesso so da che parte sto. Sto con la classe operaia e con la mia gente. Credo nel socialismo scientifico. Sono un artista che è un apprendista del socialismo. Non posso dire di essere un buon socialista poiché sto imparando e mi sto migliorando. Appoggerò la lotta con qualunque mezzo. Sono pronto ad affrontare le difficoltà che mi aspettano». E certamente lo ha fatto. Uscito dal carcere, grazie all’amnistia generale nel 1974, ci rientra pochi mesi dopo. Questa volta la condanna è per omicidio. In quello che è diventato noto come l’incidente di Yumurtalik: Güney spara a un giudice che ha offeso la moglie.

Si può dire che la crescita politica e artistica in Güney coincidono. Nel 1970 esce Umut (speranza). E’ un film innovativo perché per la prima volta in Turchia un film affronta direttamente l’enorme gap economico e sociale tra immigrati interni dalle campagne e cittadini. Influenzato dal realismo e dal neorealismo (uso di attori non professionisti, di usi semplici e naturali) il film fin dalla prima scena è una costante allegoria. La strada di una città deserta, alle prime luci del mattino, lavata da un mezzo  municipale, a simboleggiare la ‘sotto classe’ (quella cui appartiene il protagonista Cabbar, interpretato dallo stesso Güney) spazzata dalla società. Cabbar è un lavoratore tenace ma considerato in ignorante e analfabeta, senza posto in una città moderna. La sua unica ‘speranza’ è la lotteria. Umut non è apertamente un film sulla questione kurda, ma certo è che Cabbar e i suoi amici sono kurdi. La ricerca di Cabbar per la sopravvivenza finisce nel fallimento. Con la camera che da lontano riprende il suo isolamento mentre gira in tondo attorno al buco che ha scavato.

Umut segna anche una svolta per Güney attore: non più l’eroe che può correggere il male da solo, quanto piuttosto l’uomo solo che da solo nulla può fare. Affrontando la questione dello squilibrio di potere tra stato e popolo, il regista sembra indicare che l’unica possibilità di cambiamento sociale è affidata all’azione collettiva.

Quanto in Umut è in qualche modo solo abbozzato, viene esplicitato in Sürü (1978) dove vengono esaminate le condizioni e le divisioni profonde sociali e politiche all’interno della comunità rurale e della comunità kurda cittadina. La sceneggiatura di Sürü viene scritta in carcere. La regia, alla fine, è affidata a Zeki Ökten. Il film è complesso e esamina la distruzione del tradizionale modo di vita nomade e contadino in Turchia come conseguenza delle riforme della terra degli anni ’50 e ’60. Soprattutto però il film è un potente racconto del processo di cambiamento storico tra i kurdi contadini, che erano sempre stati associati nella mente di molti turchi con ignoranza, violenza, superstizione, arretratezza. In questo film c’è anche il prendere di petto la contraddizione che i kurdi possano in realtà diventare moderni solo rinunciando alla loro kurdità, diventando turchi assimilati. Indirettamente Güney chiede anche se possa esistere il kurdo moderno, se ci sia cioè lo spazio perché in Turchia esista un’identità kurda. Domande che accompagneranno il regista in tutta la sua breve vita e intensa attività artistica. Emerge in Sürü questa impossibilità dei personaggi di produrre trasformazioni in una realtà di restrizioni che vengono imposte loro. Questa idea della Turchia come un carcere è un tema che ritornerà in maniera più profonda in Yol e nell’ultimo film di Güney, Duvar.

Se in Umut c’era la questione dell’azione collettiva necessaria per il cambiamento, in Sürü si affronta il discorso del posto occupato dai kurdi nella Turchia moderna, partendo dall’analisi della trasformazione che coinvolge i quattro personaggi principali del film, come risultato del loro viaggio dal Kurdistan. C’è anche in Sürü la denuncia della condizione della donna, oppressa e vittima dell’organizzazione feudale del clan. Come già Umut anche Sürü sarà presto illegalizzato dallo stato che evidentemente non può accettare una così spietata critica e denuncia del suo alienare una parte di popolazione.

In carcere ancora una volta scrive la sceneggiatura di Yol, che gli varrà la Palma d’Oro a Cannes nel 1982. Güney spiega nelle interviste che rilascerà sul film che «il carcere è il soggetto più appropriato per descrivere la Turchia attuale», cioè la Turchia del dopo colpo di stato del 12 settembre 1980. Yol è un luogo di costrizione e sorveglianza dove non sembra esserci spazio per alcuna forma di espressione politica, un luogo di pesante presenza militare, perquisizioni, posti di blocco, coprifuoco e omicidi sommari. Ma Güney non si ferma alla denuncia del repressivo regime militare post golpe. La critica riguarda anche la condizione sociale delle aree rurali del paese, dominate ancora dal patriarcato. I paralleli tra la persecuzione dello stato e le forme ‘locali’ di oppressione sono molteplici. Un paese che lotta per la modernità in una società legata a tradizioni e pregiudizi, dove al controllo e alla repressione dello stato fanno eco il controllo patriarcale e il sistema fondato sull’onore che assicura che tutti siano costantemente controllati nei loro comportamenti, dallo stato nel ‘macro’, da parenti, vicini e perfino sconosciuti nel ‘micro’. E’ una prigione su due livelli che rinchiude uomini e donne, seppure in maniera diversa e con risposte diverse. Da una parte gli uomini che alla fine risultano impotenti, incapaci di ribellarsi alla repressione. Dall’altra le donne, che si ribellano e spezzano le regole, pagando un prezzo altissimo.

Duvar è un film molto duro, ancora una volta sul carcere-Turchia. Le vittime dei soprusi questa volta sono minorenni. Per molti versi Duvar ricorda Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini (che è del 1975). Apparentemente senza speranza, il film racconta la rivolta in carcere guidata da ragazzini. E’ emblematico che il titolo provvisorio del film fosse Rompete le finestre, così che gli uccelli possano volare liberi, a indicare che in realtà la speranza sta anche nell’esporre la brutalità del regime (in questo caso la giunta militare post golpe del 1980) e agire insieme per ribellarsi.

Yilmaz Güney è morto a Parigi, in esilio nel 1984. Ha lasciato un centinaio di film che sono incredibilmente attuali. Come le sue parole, i suoi scritti.


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