10 ANNI DI LIBERTA’ VIGILATA

La riforma del Codice Penale spagnolo è passata con i voti del PSOE e dei partiti catalani Convergencia i Uniò e Ezquerra Republicana de Catalaunya. Gli unici voti contrari sono quelli del Partido Nacionalista Vasco e di Naffaroa Bai. Il testo passerà ora al vaglio del Senato. La riforma modifica 150 articoli del Codice penale per elevare le pene per i delitti di corruzione, “terrorismo”, e abusi sessuali a minori. Tra le misure contemplate c’è l’imposizione della “libertà vigilata”, una figura penale con la quale si pretende imporre fino a 10 anni di controllo sui prigionieri politici baschi una volta scontata la condanna e dopo essere stati posti in libertà. Inoltre, il nuovo codice stabilisce altre dieci misure di controllo e la dichiarazione la non prescrizione dei “più gravi delitti in materia di terrorismo”.


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Boris Pahor rifiuta il premio del sindaco di Trieste perchè non cita i crimini fascisti

Boris Pahor, scrittore triestino sloveno è un fiume in piena. A 97 anni racconta, racconta, senza mai stancarsi, senza mai perdere una volta il filo del ragionamento che ci tiene a fare, per ribadire che il fascismo è iniziato prima della salita al governo di Mussolini. Anche per questo quando lo scorso dicembre il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Pdl), gli voleva conferire la cittadinanza onoraria, Boris Pahor ha declinato l’invito. Ha ritirato invece quello che gli è stato conferito dall’associazione “Liberi e uguali”.

Cominciamo da qui. Perché ha rifiutato il riconoscimento del sindaco?

Quando ho saputo che volevano darmi un riconoscimento, ho saputo anche che il testo conteneva la mia sofferenza nei campi di concentramento tedeschi. Allora ho scritto al signor sindaco che lo ringraziavo per l’idea, solo che la mia vita non è stata segnata solo dal campo di concentramento tedesco. Prima ancora c’è stata la mia gioventù, segnata drammaticamente dal fascismo. Ho perduto un mucchio di anni perché la lingua slovena era proibita e io non ce l’ho fatta a fare il passaggio dalle elementari slovene alla quinta italiana. E non perché non fossi capace da un punto di vista intellettuale, ma perché non potevo diventare italiano per forza. Il regime voleva che tutta la popolazione risultasse italiana (gli sloveni, noi del Carso e del litorale sloveno, e quelli dell’Istria e della Croazia). Hanno cambiato nomi e cognomi alla gente in maniera che noi di fatto risultassimo spariti. Per farla breve, ho detto al sindaco: “io la avverto prima perché non voglio che lei mi dia il riconoscimento senza nominare il fascismo. Altrimenti lo rifiuterei”. Tutto là, insomma. Poi il sindaco, parlando di questo con i rappresentanti sloveni (qui ci sono due società che si interessano alla nostra cultura, una piuttosto di sinistra, l’altra piuttosto diciamo democratico-cattolica), ha deciso risposto che pretendevo di formulare io la motivazione. ‘A caval donato non si guarda in bocca’, ha detto. Al che non posso che rispondere che se mi avessero dato un cavallo l’avrei accettato, ma non posso accettare che si dica che sono stato in un campo di concentramento tedesco tralasciando la mia gioventù che mi è stata praticamente rovinata, non l’ho avuta io la gioventù.

 

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