Il Dtp reagisce all’illegalizzazione da parte della Corte Costituzionale

Al termine di una conferenza stampa emotivamente forte, Ahmet Turk, presidente del Dtp (partito della società democratica), illegalizzato venerdì dalla Corte Costituzionale, ha annunciato ieri che il gruppo parlamentare (che conta 21 deputati) si ritirerà dal parlamento. “Abbiamo fatto politica fino a oggi – ha detto Turk, che la corte ha escluso assieme a altri 36 membri del partito dall’attività politica per cinque anni – perché credevamo nel potere della politica e vedevamo nel parlamento un luogo dove i problemi possono essere risolti. Anche dopo la decisione della Corte continueremo a sostenere il processo democratico”. Dopo la lettura del verdetto da parte del presidente della Corte Costituzionale Hasim Kilic, a Turk e alla deputata Aysel Tugluk è stata tolta l’immunità e il mandato. Anche Leyla Zana, ex deputata (che ha scontato dieci anni di carcere per avere giurato in parlamento in kurdo) non potrà svolgere alcuna attività politica per cinque anni. I magistrati hanno anche ordinato il sequestro dei beni del partito.

“Il sangue non può essere pulito con il sangue – ha detto ancora Turk – questa decisione non è legale ma politica. Chi vuole la pace viene dichiarato terrorista in questo paese, chi è contro la violenza si trova davanti mille ostacoli. Ma la pace e il dialogo alla fine prevarranno”. Il verdetto della Corte Costituzionale è stato unanime: gli 11 giudici che la compongono hanno votato per illegalizzare il partito kurdo che alle scorse amministrative ha ottenuto più di due milioni di voti. L’accusa è quella di essere diventato catalizzatore di attività pericolose per la stabilità della repubblica e di avere legami certi con il Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan. Il presidente della Corte ha voluto sottolineare che nello scrivere il verdetto i giudici hanno studiato e tenuto in considerazione la sentenza di illegalizzazione di Batasuna, il partito della sinistra basca. Una sentenza portata dai baschi alla Corte europea per i diritti dell’uomo che l’ha confermata sostenendo che non c’era violazione dei diritti dei baschi nella messa al bando del partito. Una sottolineatura, quella del presidente Kilic, non casuale. Un rispedire al mittente, cioè all’Unione europea, le critiche dei giorni scorsi. Ancora ieri in un comunicato la presidenza della Ue, pur denunciando “fermamente la violenza e il terrorismo”, ricordava che la dissoluzione di partiti politici è “una misura eccezionale che dovrebbe essere usata con maggior moderazione”. Nei giorni scorsi la Ue aveva dichiarato che la chiusura del Dtp avrebbe violato i diritti dei kurdi. Ma suonano davvero parole vuote e sterili, visto che è stata proprio l’Europa solo pochi mesi fa a avallare la chiusura di Batasuna. Con una sentenza che già allora qualcuno aveva previsto sarebbe stata usata proprio dalla Turchia contro il Dtp. Una facile profezia che si è avverata. E che rende le cose molto più complesse di quanto già non lo siano. Da quando la Corte ha emesso il suo verdetto le piazze delle città kurde e delle metropoli turche sono state invase dalla gente, arrabbiata e delusa. Ieri per tutta la giornata ci sono stati scontri pesanti. La polizia ha fermato decine di persone.

E’ chiaro che ancora una volta in Turchia è emerso chi davvero comanda: la Corte Costituzionale (creata nel 1963, dopo il secondo colpo di stato) e l’esercito. Che però hanno in comune con il partito di governo, l’islamico Akp (partito della giustizia e dello sviluppo), un nemico: i kurdi e il Pkk in particolare. Anche il viaggio a Washington del premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva fatto emergere l’astio con cui Ankara affronta la questione kurda. Nonostante la proposta di dialogo avanzata dai kurdi e nonostante la superficiale ma comunque importante risposta del governo (quella iniziativa democratica che ha fatto sì che per la prima volta dalla fondazione della repubblica turca, nel 1923, in parlamento venisse riconosciuta l’esistenza di una questione kurda e quindi dei kurdi), Erdogan al presidente statunitense Barack Obama ha chiesto di poter andare avanti nella eliminazione della guerriglia kurda. Obama ha risposto di essere al fianco della Turchia nella ‘lotta al terrorismo’ ma ha anche aggiunto che ‘il terrorismo non si sconfigge soltanto militarmente’. La decisione della Corte Costituzionale riporta la Turchia indietro, perché chiudendo il Dtp sarà ancora una volta la via militare (certamente da parte di Ankara, visto che, ormai appeso a un filo, ma il cessate il fuoco del Pkk è ancora in vigore) a prevalere.


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