Il PJAK, i curdi e le elezioni in Iran

Nelle ultime settimane si è parlato molto di Iran, in virtù del contestato risultato delle elezioni presidenziali e della rabbiosa reazione popolare che ha messo in seria crisi l’establishment statale e governativo della Repubblica islamica iraniana. Ma poco o niente si è potuto leggere, nei media occidentali, riguardo agli effetti della tornata elettorale sulla popolazione curda iraniana, sebbene questa ammonti a un numero stimato in 5 milioni di persone (su un totale della popolazione iraniana di circa 70 milioni), concentrate principalmente nelle regioni più nord-occidentali del paese, quelle al confine con Turchia e Iraq. Si deve ricordare che la regione curda iraniana possiede un forte valore simbolico per l’intera popolazione curda, perché è stato qui, nella città di Mahabad, che la prima esperienza di repubblica democratica curda ha avuto modo di esistere, grazie al sostegno dell’Unione Sovietica, tra il 1945 e il 1946.

Dopo quell’esperienza, sia durante i decenni di dominio dello Shah, che durante quelli della Repubblica islamica, il movimento curdo iraniano è stato però pesantemente represso, riuscendo solo in rari momenti a produrre forme condivise ed efficaci di mobilitazione.

Ma a partire dalla fine degli anni 90 qualcosa cominciò a cambiare: sono in molti a considerare le estese proteste e manifestazioni nelle città iraniane a maggioranza curda (Mahabad, Sanandaj, Urmia), durate per giorni in seguito alla cattura di Ocalan nel febbraio 1999, come il punto di svolta nella storia recente del movimento curdo iraniano.

Questa nuova presa di coscienza da parte della più giovane generazione, e la forte ammirazione per il modello di lotta e di società proposto dal PKK e dal suo leader Ocalan, hanno portato nell’aprile 2004 alla formazione del PJAK (Parti Jiyani Azadi Kürdistan – Partito per la vita e la libertà in Kurdistan), una formazione volta a rivendicare i diritti del popolo curdo iraniano con strumenti politici e di guerriglia, che si è assicurata una notevole visibilità effettuando attacchi sempre più mortali contro i soldati dell’esercito iraniano.

Il PJAK, in maniera analoga al PKK, ha stabilito le sue basi logistiche sul versante iraniano dell’articolata e difficilmente accessibile formazione montuosa che si estende per centinaia di chilometri a cavallo dei confini condivisi da Turchia, Iraq e Iran. L’affinità con il PKK, oltre che ad essere logistica e sancita dalla comune partecipazione al KCK (Koma Civaken Kurdistan – Comunità democratiche del Kurdistan), confederazione che riunisce anche PYD (basato in Siria) e PCDK (Iraq), è innanzitutto ideologica. Il PJAK, infatti, si basa sugli stessi presupposti che hanno fatto del PKK il punto di riferimento più avanzato del panorama politico curdo: lotta contro le concezioni feudali e patriarcali della società (“la nostra battaglia più difficile è la battaglia contro noi stessi”), implementazione di un modello politico di democrazia radicale e dal basso, affermazione dei diritti culturali e di espressione linguistica, laicismo (http://www.pjak.org/eng/about.php). Costituendo un cardine fondamentale della nuova visione di società da loro promossa, anche nel PJAK, come nel PKK, le donne svolgono un ruolo fondamentale, partecipando in prima linea nelle attività di guerriglia.

 

Nei primi anni di attività, a dispetto dei numerosi attacchi mortali a danno dei soldati regolari iraniani, il PJAK non è stato preso in particolare considerazione da parte della comunità internazionale, forse anche in virtù del ruolo di disturbo e indebolimento da esso causato a un paese la cui immagine presso il pubblico occidentale, sin dai tempi di Bush, era stata quella di “stato canaglia”. Ma nel febbraio 2009, una delle prime decisioni prese dalla nuova amministrazione Obama, è stata proprio quella di inserire il PJAK nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Questo gesto è da interpretare sia come un segno della nuova politica di distensione nei confronti delle grandi potenze mediorientali, sia come effetto della pressione della Turchia, paese chiave nell’ambito di questa nuova strategia diplomatica statunitense, che da circa un anno (dalla visita ufficiale di Ahmedinejad ad Ankara e Istanbul nell’agosto 2008) si è progressivamente riavvicinato all’Iran, siglando anche accordi volti a contrastare congiuntamente le attività di PKK e PJAK nei rispettivi paesi.

 

Nell’aprile 2009, in seguito al notevole risultato conseguito dal DTP (l’unico partito rappresentante la popolazione curda in Turchia) alle elezioni amministrative, la direzione del PKK si è unita a quella del DTP nella sua insistente richiesta al governo affinché si giungesse all’apertura di un iter politico e istituzionale in grado di giungere a una risoluzione pacifica della questione curda in Turchia. Per garantire le migliori condizioni di contesto a un simile processo, a partire dal 15 aprile il PKK ha quindi deciso di annunciare una serie ripetuta di cessate il fuoco unilaterali (data la mancanza di interesse e di risposte ufficiali da parte del governo e dell’esercito turco), l’ultimo dei quali ha assicurato l’assenza di attacchi dei guerriglieri (se non per legittima difesa) fino al 1 settembre. Data l’importanza epocale di questa possibilità di pacificazione, con l’obiettivo di assicurare una condizione di massima distensione all’intera regione, il PKK, tramite il consiglio direttivo del KCK, ha chiesto ufficialmente al PJAK di interrompere anch’esso ogni attività di attacco diretto alle truppe iraniane. Il PJAK ha accolto positivamente l’invito a sospendere le attività militari e, dato l’approssimarsi delle elezioni presidenziali iraniane, ha colto l’occasione per presentare al pubblico e alla stampa un documento programmatico relativo alla questione curda nel paese, riscuotendo un discreto successo di pubblico e visibilità, ovviamente nell’ambito delle ristrette possibilità di espressione concesse dal governo iraniano.

Il successo riscosso dal PJAK con la sua operazione politica deve però aver notevolmente indispettito alcune componenti del governo di Ahmedinejad, perché da quel momento nelle regioni a prevalenza curda si sono susseguite senza sosta le operazioni di aggressione, intimidazione e provocazione, sia contro i guerriglieri (a dispetto del cessate il fuoco) che contro i rappresentanti politici e la popolazione civile. Attori principali di questa politica di odio e destabilizzazione, oltre ai militari, sono i Basij, quell’organizzazione paramilitare di massa istituita dall’Ayatollah Khomeini nel 1979 in qualità di “milizia del popolo”, e venuti recentemente alla ribalta durante gli scontri di piazza seguiti alle elezioni presidenziali di giugno.

 

Nonostante la perseveranza dimostrata dal PJAK nel voler mantenere il cessate il fuoco, le provocazioni attuate dai Basij proseguono, conducendo la regione curda iraniana verso una situazione di crescente tensione. La scorsa settimana, l’omicidio di un uomo e del suo figlioletto di 6 anni nella loro casa ad Urmiye ha dato luogo a una forte reazione della popolazione, che è scesa in strada a sfogare la sua rabbia per quella che considerava come una evidente provocazione. A prescindere dalla reale responsabilità nell’omicidio di Umriye, la degenerazione violenta di queste mobilitazioni non può che andare a favore dell’attuale governo iraniano, spaventato dal nuovo scenario politico curdo che si troverebbe ora a comprendere anche il PJAK, portatore di un linguaggio politico innovativo e di richieste democratiche ma estremamente radicali.


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Be your own media !

The “minds” behind The Rojava Report website are a group of students from different backgrounds. ANF interviewed them on why they felt more information on Rojava and more in general on the Kurdish issue is needed and how they tried to answer to this need by creating their own site.

How did the idea of a blog on Rojava come about ?

All of us who were involved in setting up the Rojava Report understood that there was a huge lack of information regarding what was happening in the region. When the media in the US spoke about the Kurds in Syria – and this itself was rare – it was always along the lines of ethnic or sectarian violence, or to give another example of the  “intractability” of the conflict. It was always in terms of an “Arab-Kurdish” conflict, as a corollary or side-show to the “Alawite/Christian-Sunni” conflict that has been the dominant narrative in the mainstream media. In general we felt that those advancing the revolution in Rojava needed a platform from which their voices could be heard, and on which they could stake out their own vision for the future of their country and the Middle East more generally, without the reductionist narratives there are so common among out the major news outlets here. It was meant to be a more unfiltered, more direct source of news about what was happening in Rojava. 

How is the Kurdish issue in general perceived in the States ?

Of course that depends on who you talk to. However even among people who consider themselves informed about events in the Middle East, and are sympathetic to a degree to Kurdish demands for national rights, there is a huge dearth of understanding about the complexities of Kurdish politics in the region and Kurdish aspirations for a new Middle East. In regards to Rojava in particular there is still an assumption that Kurds are – or at least the PYD is (if they can make the distinction) – “close to the regime” or at the very least unwilling to do much about it. This unfortunately was the dominant narrative until the beginning of the revolution last summer – I mean if you read anything in the Washington Post or the New York Times through the Spring of 2012 that is what you find (and forget the television channels because they never had time for the Kurds). Just google “Kurds on the sidelines” and see how many articles come up! Then the narrative began to shift slightly after the revolution and it became something along the lines of “Kurds are dividing the opposition.” I mean can you imagine? It was as if they could not make anyone happy, or at least not in a way that respected the principles of their movement. But that is just the point because that is all lost, and even now the YPG is treated as simply one more sectarian militia, while the entire content of their revolution and their politically ideology is buried under a simplistic discourse of “Kurdish nationalism” and “sectarian strife.”

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